domenica 3 gennaio 2016

Buoni propositi per i Sognatori; Sogni Difficili per gente comune


Hello!


Mi sono presa una sorta di "pausa temporanea" dal blog stesso per raccogliere le idee per i miei ultimi lavori e vivere anche qualche frammento della mia vita sociale; quelle che ho in serbo per voi sono idee che non vedo l'ora di portare al termine ma che non posso ancora svelare.
Tuttavia eccomi qui, pronta a inaugurarvi un anno ricco di novità e felice.

Iniziamo l'anno 2016 con una lista dei miei cosiddetti buoni propositi.

Link diretto al mio profilo Instagram! ^_^
https://www.instagram.com/p/_-XYiTKDR4/?taken-by=laura_bf_world

- Scrivere tanto, di tutto e per ogni singolo lettore. A tal punto da ritrovarmi con i polsi doloranti.
- Condividere molti più aforismi sul blog, instagram, facebook etc. e di conseguenza aggiornare questi profili. Si spera... mi impegnerò!
- Niente negatività attorno. Eliminare qualsiasi tipo di negatività fa davvero bene.
Si sorride più spesso, ci si sente liberi, fuori da una gabbia dopo anni. E si sorride con il cuore e con le persone che non vogliono farci smettere di sorridere.
- Credere sempre nelle proprie capacità, anche quando sembra impossibile crederci. Anche quando siete da soli. Che volete farci; nulla sarebbe interessante se tutto fosse facile da ottenere!

Avrete notato la nuova disposizione del blog... senza alcun dubbio! Ecco, primo cambiamento di quest'anno che sarà ricco di lavoro e tanto, tanto impegno. Ho scelto questo layout chiaro, pulito, con una disposizione professionale dei vari gadget del blog per avere un sito web sistemato. Almeno a primo impatto.

Ho deciso anche di iniziare una nuova "rubrica" sul Cinema, perché me ne sono innamorata. Letteralmente. Ho adorato seguire il corso storia del cinema all'Università, ho amato i vecchi film... e ne parlerò sul blog per rendervi partecipi!

Ho anche deciso di togliere il rosa dal blog e le decorazioni di troppo, che rendevano il blog  statico,"vecchio". Ho aperto questo sito web quando non avevo ancora compiuto i miei fatidici diciotto anni, per inaugurare e presentare la mia prima opera di illustrazione... ed ero felicissima di questo sito. Sono passati anni, ho pubblicato il mio primo romanzo, ho partecipato a vari concorsi per rimettermi in gioco, sono rimasta un anno ferma su un manoscritto molto particolare... eppure non ho mai smesso di scrivere. O di collaborare con Fralerighe e Fantasy Magazine. O di studiare per il mio futuro.
Non ho mai smesso di scrivere, non ho mai perso il blog.
E ne sono orgogliosa.

Malgrado tutto ciò che è successo nella mia vita, il blog c'è.
Non smetterò mai di percorrere questa strada, per quanto scoscesa possa presentarsi davanti ai miei occhi, perché non dimenticherò mai la sensazione di soddisfazione e felicità che ho provato di fronte alla prima copia del mio primo libro. Non dimenticherò mai l'Estate trascorsa a scrivere la mia prima storia o la forza di volontà che mi pervade il corpo ogni volta che passo da una libreria.
E non ho intenzione di arrendermi.

Fino all'ultimo, bisogna stringere i denti per ottenere un risultato.

E spero che presto tutti i lettori del blog potranno venire a conoscenza di alcune novità; the raven with red eyes will never die.

Sono solo sogni, dicono in molti; lo dicono tutti quelli che di sogni hanno sempre vissuto senza mai fare un passo oltre il recinto che loro stessi si sono costruiti con lo scetticismo altrui.

I sognatori sono coloro in cui nessuno crede mai per primo ma che non smettono mai di avanzare anche quando il fiato stravolge la loro andatura. Rallentano il passo di poco in poco, con la schiena dritta e la faccia rivolta al percorso. Ma, anche se si sentono stremati, non smettono mai di proseguire.
Arrivano sempre fino alla fine della strada che hanno scelto di percorrere tutta intera. Senza mai voltarsi.

Rendete la vostra vita inestimabile, come un'opera d'arte rara. 
Vi auguro certamente questo.

E spero che anche per voi quest'anno possa segnare l'inizio di qualcosa di importante.


Ancora auguri di Buon Anno!


L.

venerdì 23 ottobre 2015

Prossime uscite; Chariza di Francesca Angelinelli

Hello, lettori del blog!


  Oggi vi presento una piccola anteprima molto particolare, una storia che uscirà a Dicembre di quest'anno su amazon; sto parlando dell'edizione che racchiuderà i due primi romanzi della serie Ryukoku Monogatari, "Chariza. Il soffio del vento" e "Chariza. Il Drago Bianco", di Francesca Angelinelli, una delle poche autrici italiane che si preoccupa di regalare una sfumatura orientale alle classiche storie fantasy.
  Il fantasy orientale non è molto conosciuto in Italia e forse è apprezzato dai nostri lettori solo se sulla copertina vi è un nome straniero (è sufficiente inserire un nome americano...); in ogni caso, con questo termine non si intende il fantasy nato in oriente ma una storia con elementi fantastici magari ricollegabili alla mitologia giapponese, cinese etc.
  Insomma, deve contenere personaggi, nomi o elementi tipicamente orientali (esempio banalissimo, i samurai invece dei cavalieri)! 
  E, dopo questa piccola premessa che nessuno di voi ha richiesto, torno nei meandri del post iniziale; Chariza in realtà non è una storia del tutto inedita, poiché l'autrice aveva pubblicato dei libri con diversi editori anni fa, finendo poi col decidere di pubblicare la sua storia autonomamente su amazon sia in forma cartacea che in quella digitale.



  La storia parla di guerrieri, demoni, oriente e mistero. 

  "Un misterioso nemico trama nell’oscurità mettendo in pericolo il Drago d’Oro, la sua discendenza e la pace nell’intero Si-hai-pai. Chariza è la migliore combattente dei Monti Sacri, ma è anche un’assassina e la traditrice su cui ricade la maledizione della Dea Sole che la porta a desiderare ciò che c’è di più raro e prezioso. A lei, donna affascinante e in lotta con se stessa e il proprio passato, verrà affidato l’incarico di proteggere dalle insidie del nemico il piccolo Suzume, unica speranza per il futuro del regno e dell’Alleanza. 
Preparatevi ad incontrare guerrieri, demoni, cortigiane e sovrani in un viaggio che vi condurrà lungo le strade di un grande e antico impero. I profumi dell’Estremo Oriente inebriano leggendo una storia in cui azione e suspense, introspezione e sentimento sono dosati con sapienza. 
“Chariza. Il soffio del vento” raccoglie i romanzi precedentemente editi come “Chariza, il soffio del vento” e “Chariza, il Drago Bianco” in una nuova, rivista e affascinante veste."

  Preparatevi a una nuova avventura... in arrivo a Dicembre!
  Qui l'evento su facebook in occasione dell'uscita del romanzo; 

Pagina Facebook Pubblica dell'autrice; https://www.facebook.com/Francesca-Angelinelli-93681945246/


Laura

giovedì 15 ottobre 2015

In uscita Riverside di Bianca Rita Cataldi!

«Era una sensazione che apparteneva ad Amabel e, al tempo stesso, era fuori di lei; era terribilmente simile a un ricordo, ma possiamo ricordare qualcosa che non abbiamo mai vissuto?»

[Riverside, Bianca Rita Cataldi]


Hello!


A tutti i lettori e i passanti, oggi ho intenzione di segnalare l'uscita di un nuovo romanzo dalle atmosfere gotiche, un romanzo di genere fantasy scritto dalla giovane Bianca Cataldi.
In seguito vi mostrerò i dati principali che occorrono per cercare la storia su amazon.

In realtà il romanzo in questione sarà presto disponibile in formato cartaceo... quindi seguite l'autrice e la sua pagina per saperne di più!
Facebook, pagina pubblica dell'autrice; https://www.facebook.com/biancaritacataldi?fref=ts
Twitter: @biancacataldi





Titolo: RIVERSIDE (Riverside #1)
Autore: Bianca Rita Cataldi
Numero di pagine: 120ca
Formato: ebook
Prezzo: 0,99 €
Link d’acquisto: http://www.amazon.it/gp/product/B015OTEEQC

Prossime pubblicazioni della serie:

DOLLHOUSE (Riverside #2)
REWIND (Riverside #3)


TRAMA

Riverside, Regno Unito. Le quattro e mezzo di un pomeriggio qualunque. Una scuola abbandonata e cadente alla fine di Silverbell Street. Come la venticinquenne Amabel scoprirà presto, non si tratta di un edificio qualunque: al suo interno, i banchi sono ancora al loro posto e si respira, nell’aria, polvere di gesso. Tutti gli orologi, da quello al di sopra del portone d’ingresso sino al pendolo del salone, sono fermi alle nove e diciannove di chissà quale giorno di chissà quale anno. Cosa è accaduto nella vecchia scuola? Quale evento è stato così sconvolgente da fermare il tempo all’interno di quelle mura? E soprattutto, chi è quel ragazzo in divisa scolastica che si presenta agli occhi di Amabel affermando di frequentare la scuola, benché quest’ultima non sia più in funzione da anni? Tra passato e presente, Bianca Rita Cataldi ci guida in un mondo in cui gli eventi possono modificare lo scorrere del tempo, dimostrandoci che ognuno di noi ha un proprio universo parallelo col quale, un giorno o l’altro, dovrà scendere a patti. 

L’AUTRICE:

Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari dove si è laureata in Lettere Moderne e sta attualmente conseguendo la laurea specialistica in Filologia Moderna e il diploma in pianoforte. Dal 2015 è direttrice editoriale della casa editrice Les Flâneurs e redattrice del mensile NelMese. Lavora come editor, correttrice di bozze, ghostwriter e consulente editoriale. Tiene periodicamente corsi di scrittura creativa, editing e correzione bozze.

Finalista al Premio Campiello Giovani 2009, ha esordito nel 2011 con il romanzo Il fiume scorre in te, edito senza contributo da Booksprint Edizioni. Il suo secondo romanzo, Waiting room, si è classificato finalista del Premio Villa Torlonia 2012 ed è stato pubblicato nel 2013 da Butterfly Edizioni, conquistando nel 2015 il primo posto del Premio Letterario Maria Messina. Da agosto 2015 è in tutte le librerie Isolde non c’è più, Les Flâneurs Edizioni. È socia ordinaria dell’EWWA (European Writing Women Association) e del Movimento Internazionale Donne e Poesia.

Grazie mille per aver letto fino a qui!
Personalmente adoro i fantasy, anche se mi sto concentrando sui classici e su altri generi.
Voi che ne pensate di questa nuova storia? Vi ispira?



Laura B.


PS; Ci vediamo domani con un'altra interessante pubblicazione per la scrittrice italiana Francesca Angelinelli! ^_^

mercoledì 14 ottobre 2015

Articolo per Rivista Fralerighe; Internet sta uccidendo il libro?


Hello! 


Ho messo da parte il blog per questioni universitarie ben evidenti.
La sessione autunnale mi ha praticamente distrutto... ma sono tornata da voi appena in tempo per rammentarvi i miei ultimi articoli, pubblicati per Fralerighe Rivista Letteraria!
Gli articoli per Fantasy Magazine sono ancora in stesura. ;)

ARTICOLO DI LUGLIO; Recensione del romanzo "Cuore d'Inchiostro" di Cornelia Funke!


  In Italia il libro è stato pubblicato da Mondadori nella collana dei bestseller e vi è una nuova edizione con copertine bellissime.



31 Luglio 2015

Titolo: Cuore d’Inchiostro
Titolo originale: Tintenherz
Autore: Cornelia Funke
Editore: Mondadori
Anno: 2003 (I edizione originale); 2005 (I edizione italiana)
Genere: Fantasy/Avventura
Pagine: 487
Formato: Cartaceo

Trama:
Quando alla porta di Meggie bussa uno straniero, il padre Mo la costringe a fuggire, come già tante altre volte in passato. Mo possiede una dote magica e terribile; leggendo un libro a voce alta è in grado di evocarne i personaggi. Come Capricorno, il signore dal cuore nero uscito dalle pagine di Cuore d’Inchiostro per dare la caccia a Mo e impadronirsi del suo dono. Le stesse pagine a cui è stata risucchiata la madre Meggie.
Un romanzo che cancella i confini tra finzione e realtà, tra personaggio e lettore. Una storia in cui è impossibile non perdersi.

Giudizio:
La storia è ricca di personaggi e situazioni ben intrecciate fra esse, il tutto rappresentato da una sottile linea rossa e immaginaria che l’autrice tedesca ha tracciato fra ciò che appartiene al mondo reale e ciò che fa parte del mondo irreale di Cuore d’Inchiostro; ossia fra il mondo dei lettori e quello del libro. [Continua a leggere https://rivistafralerighe.wordpress.com/2015/07/31/cuore-dinchiostro-di-cornelia-funke/]

ARTICOLO di SETTEMBRE; Internet sta UCCIDENDO IL LIBRO?

Nonostante non ami affatto la saga di Twilight, mi sono ispirata a uno dei casi di violazione dei diritti di autore più eclatanti degli ultimi anni; quello riguardante la Meyer e il suo libro mai compiuto "Midnight sun".

“Credo che sia importante per tutti capire che ciò che è accaduto è stata un’enorme violazione dei miei diritti come autrice, per non parlare di me come essere umano."[...]

  Internet permette a numerosi lettori di scaricare libri da Amazon e altre piattaforme. Tuttavia, non è possibile quantificare il numero di romanzi che vengono diffusi in rete senza il consenso diretto dell’autore. Bisogna riconoscere che tutto questo sta diventando un vero problema per autori e editori; un processo lento e inesorabile, su cui vorrei richiamare l’attenzione.

Sarebbe inutile non parlarne.
E segnalare le pagine che piratano romanzi talvolta non basta per rimediare.[continua a leggere https://rivistafralerighe.wordpress.com/2015/09/18/internet-sta-uccidendo-il-libro/ ]


Al prossimo post!



Laura B.

I frammenti di Yuki. Episodio 4; Terra, appartenenza

Episodio 4


Tsuchi

Terra, appartenenza


Gli amanti, Renè Magritte.
Immagine trovata su questo sito web; http://www.francescomorante.it/

Un mite cuore, ch'odia il nulla vasto e gelido,
dei bei giorni che furono raccoglie ogni bagliore;
nel suo sangue rappreso il sole immoto muore...
Il tuo ricordo in me brilla come un cimelio.

C. Baudelaire, link; http://www.poesieracconti.it/poesie/a/charles-baudelaire


  Non avevo più smesso di pensare a Ryosuke dall’ultima volta che i nostri sguardi si erano incrociati al parco di bambù. 
  Ci pensavo continuamente, anche se nella mia testa avrei preferito preoccuparmi di cose diverse come il compito di matematica del professore Obata e l’esercitazione di ginnastica prima che iniziassero i giochi dello sport. 
  In quel periodo mi sentivo come se fossi stata risucchiata da un vortice in cui tutto ciò che ritenevo importante la settimana scorsa aveva perso valore. Ero come ipnotizzata da quel ricordo, il ricordo di averli visti insieme al parco di bambù. In quel verde sconfinato.
 Erano così affiatati quando stavano insieme, seduti l'uno accanto all'altro. Lei era molto bella, soprattutto quando sorrideva e i suoi occhi scuri parevano brillare di luce propria. Era molto più bella di me, non vi era alcun dubbio, e quindi mi ero già rassegnata all'idea di una possibile competizione. Non sarebbe esistita una competizione se io avessi continuato a indossare felpe e scarpe da ginnastica.
  I suoi capelli erano lisci e sempre in ordine da sembrare finti e lui non faceva altro che regalarle attenzioni. Sembravano felici.
  Il loro quadro idilliaco di spensieratezza non mi aveva per nulla riscaldato il cuore. Mi chiedevo soltanto perché ad alcune persone era concesso di essere felici e ad altre no. Non capivo se fosse colpa delle cose o delle persone, del destino o della sfortuna.
   Ryosuke non era di certo l'uomo della mia vita; molti ragazzi pensano che le ragazze romantiche e ingenue siano totalmente condizionate dai film strappalacrime e dalla convinzione che debba esistere un uomo soltanto. Io credevo nella bellezza delle cose, nei momenti, nel legame spezzato.
 - Finisco per chiedermi sempre la stessa cosa, - dissi fra me e me. 
  Mi spostai una ciocca dietro l’orecchio, mentre mia nonna si avvicinò a me attraversando la sedia della scrivania. Il suo fantasma era leggero come un sospiro o una nuvola. Lo riconobbi dal suo tocco, gelido e rassicurante al tempo stesso. – Soffermarsi sempre sulla stessa domanda rende più facile la possibilità di trovare una risposta, - mi accarezzò la guancia anche se in realtà non poté toccarmi, solo sfiorarmi; sentii solo la brezza di quel movimento, lento e misurato. 
 Non erano come noi, non potevano stare veramente con noi, non potevano più restare per troppo tempo accanto a noi. Era tutto così confuso, una sensazione strana; in un istante la confusione abbandonava la mente e ci si sentiva di nuovo al sicuro. Uno stato di serenità celestiale, quasi impossibile da immaginare. Quasi impossibile da riprovare più volte nella vita.  
  Mia nonna mi guardò con gli occhi sottili, ormai bianchi e privi di una vera espressione; la sua sagoma, nonostante fosse quasi sbiadita, mi riportava il ricordo di quando era ancora in vita ed era intenta a curare la nostra bella casa di Nagoya. – Non devi temere le decisioni. Sono le scelte che ci portano ad essere ciò che siamo. –
 - Dici sempre cose molto giuste, ma io non riesco mai a seguirle, - sorrisi di sbieco, trattenendo un pugno invisibile e amaro in gola. Avrei tanto desiderato sapere come sarebbero andate le cose se tutto fosse andato bene.
  Le cose accadono per una ragione ben precisa, o almeno così dicono. Credo che sia tutto un errore; nessuno potrebbe mai essere d’accordo con le ragioni che finiscono per stravolgere la propria esistenza. Non accettiamo la morte di una persona accontentandoci di una ragione, non accettiamo la resa accontentandoci di sapere che la prima vittoria si dovrebbe guadagnare dopo anni di sacrifici, non accettiamo di allontanarci da ciò che ci fa star bene anche se è nostro dovere. Lo facciamo e basta, ci abituiamo a vedere il mondo sotto una forma diversa.
Certe volte mi ritrovavo con i frammenti della mia vita fra le mani. Li guardavo bene e con un'insana curiosità; credevo che fosse tutto ciò che avevo. Per me era più che sufficiente per farmi credere che niente sarebbe ritornato come prima. Alzai gli occhi al cielo e respirai a fondo.
E, dopo un solo respiro, capii che ero ancora lì. Il peso del mio dolore non mi aveva distrutto. Capii che non me ne sarei andata. E che non avrei mai dovuto smettere di respirare.
Non dovevo smettere di guardarmi intorno, di vivere la mia vita e cercare di portare avanti qualsiasi esperienza. Sarebbe arrivata anche per me, quella sensazione.
- Quale sensazione? - 
  Me la ricordavo ancora. La osservavo con curiosità mentre lei cercava di riporre con cura le radici nel terreno, passando con una spazzola la superficie e scavando poco alla volta per far sì che la pianta non soffrisse. Ricordavo di essermi avvicinata per dare un'occhiata, avevo circa nove anni. - Sensazione di cosa, nonna? - Il giardino era immerso nel silenzio. Si sentiva solo il fruscio degli alberi, il vento caldo, il sottile rumore di auto e passanti proveniente dalle strade di Nagoya. - Quando si appartiene a qualcosa, - fece la nonna, dopo essersi passata la mano sulla fronte gocciolante, - quando si appartiene a un elemento, si finisce per essere completi. Ci si sente in perfetta sintonia con qualsiasi cosa; è stato così quando ho sposato tuo nonno. -
  Mentre raccontava la storia del loro primo incontro su una nave e del loro matrimonio, assorta nei suoi pensieri che solo lei riusciva a leggere nella terra, - La pianta si sentirà completa, adesso. -
  Avevo rivolto uno sguardo alla pianta, le avevo dato ragione. Adesso avrebbe vissuto, avrebbe continuato a vivere.
  Mi chiesi quale fosse il mio posto nel mondo. Se fossi riuscita a entrare nell'Università che desideravo per seguire il corso di Architettura.
 Se avessi davvero la minima idea di cosa fare, dove andare, con chi stare. Chi amare, magari: Ryosuke era fuori discussione e talvolta, quando mi guardavo in giro, non vedevo scelte migliori; forse nemmeno Ryosuke sarebbe stata una buona scelta. I ragazzi si prendevano gioco delle ragazze, trattandole come oggetti inanimati, come oggetti consenzienti ad ogni capriccio sessuale. 
  In realtà la colpa era di entrambe le parti. Talvolta vi erano anche giovani studentesse nella mia scuola che non facevano altro che giocare con il proprio corpo, come se non cercassero il rispetto per se stesse ma solo il divertimento di restare in equilibrio su un filo. Non cadevano mai, comunque.
  Cambiavano partner, ridevano, non si preoccupavano di nulla. Ma non cadevano.
  Tuttavia non volevo essere un oggetto né tantomeno una marionetta. Avrei continuato ad aspettare o magari avrei accelerato le cose cercando qualcosa per conto mio.
  Non ero una moralista come molti credevano che fossi in realtà appena cercavo di dire la mia su una questione, né mi sentivo una brava ragazza. Nessuno di noi era una brava persona al cento per cento. Avevo letto dei libri e visto dei capolavori cinematografici che riportavano in superficie alcune tematiche delicate come quella dell'interpretazione sbagliata del sesso. Non vi era un solo mio coetaneo che non fosse incuriosito dall'argomento, ovviamente c'era da aspettarselo; ma vi erano molti esempi sbagliati che influenzavano i media e di conseguenza la società.
  L'esigenza di credere che sia tutto facile come un gioco e che i sentimenti non debbano interferire per forza, che si debba vendere la carne come in macelleria. Gli umani non smettevano di essere umani, non rinunciavano ai sentimenti.
  Molti poeti avevano celebrato i corpi femminili in maniera così sublime da renderli immortali nei secoli. Ancora vividi nella mente di molti. Baudelaire era uno fra questi; aveva vissuto una vita dedita al divertimento, alla meditazione delle arti e del sesso. E ricordavo di aver letto la sua raccolta, I fiori del male, due anni fa quando avevo ancora quindici anni. Vi erano parole pesanti, forti, ma nulla che non fosse stato già misurato e adoperato con consapevolezza dal medesimo autore. Non avevo mai letto nulla del genere in Giappone, così ne ero rimasta piacevolmente sorpresa. All'interno vi era una visione pessimistica del tutto nuova del mondo, delle cose, della vita e della morte. Di tutte le cose che si potrebbero fare in vita.
  Ma quando avevo proposto alla mia professoressa di leggere una poesia di Baudelaire, per rispondere ad una domanda di un compito, mi aveva severamente proibito di farlo. - Trovo che non siano letture adatte per la tua età, - aveva ribadito con un cenno del capo, rimandandomi al mio posto ed evitando di mettermi un'insufficienza.
  Ero rimasta delusa da quella risposta, perché in cuor mio sapevo che si sbagliava. Sapevo che Baudelaire non era una lettura fuori luogo.
  La televisione, i film e le serie tv e perfino i social network creavano un'opinione diversa su questa sfaccettatura di amore, proprinavano modelli di effimera e passeggera bellezza. Effimera, sì. La bellezza vera la si potrebbe soltanto vivere; e l'unico modo per viverla attraverso gli altri è leggerne le parole lasciate.
  Baudelaire non concepiva figura più bella di quella della donna sinuosa. Esistevano autori che non concepivano bellezza più grande dell'essere amati anche se per poco tempo, dell'essere visti con occhi diversi da una sola persona. Cercavo questo.
Cercavo la sensazione effimera di aver qualcuno al mio fianco, la sensazione che quella perosna non se ne sarebbe mai andata.
Cercavo proprio questo. Nel frattempo continuavo a leggere Baudelaire, a vedere la bellezza che non avevo vissuto attraverso i suoi occhi. Attraverso un mondo in cui la bellezza era stata devastata.



 *Scusate l'assenza, questo è il quarto capitolo della serie.
  Adesso aggiornerò meglio il blog! Grazie per la pazienza. ^_^



Laura Buffa

martedì 18 agosto 2015

I RACCONTI, I FRAMMENTI DI YUKI; Cerchio_di Laura Buffa


En*

3.
Cerchio

Foto trovata su questo sito web http://www.sakuratour.it/japan-sakura-tour-2015-dettagli-di-viaggio-e-preiscrizione/
Mi piace molto quindi grazie a chiunque l'abbia scattata!

   Mi alzai con l'umore a terra. 
  Mi sentivo gli occhi pesanti, nulla di strano dato che mi ero addormentata tardi e non ero riuscita a riposare a sufficienza. Il fantasma se n'era andato prima che chiudessi gli occhi e di certo non ero in ansia per quella presenza a me amica e così vicina al mio mondo. 
 Mi ero abituata a pensare che vi fossero delle presenze attorno a noi uomini, presenze che vegliassero in qualche modo sulla nostra esistenza; mi capitava di sentirmi al sicuro, a volte.
  Avrei voluto dormire fino a tardi ma mia madre e la sua rinomata delicatezza da lottatore mi avevano svegliato senza preavviso alle otto di mattina. Mi strofinai l'occhio sinistro con insistenza perché sentivo il bruciore del sonno mancato pervadermi la fronte. Era così, la mia vita, un continuo susseguirsi di eventi non programmati. Non mi dispiaceva, in fondo.
 - Ti avevo detto di non svegliarmi! - ribattei a mia madre ma la voce era di una tonalità così bassa da sembrare un ronzio. Non ricevetti risposta. Mi preparai due toast con la marmellata e aspettai che fosse pronto il caffè; in casa mia il culto del caffè era sacro, quasi fossimo dei veri europei. Mia mamma aveva addirittura acquistato una macchina per fare il caffè italiano, quello che piaceva tanto a lei, e non tollerava che si bevesse le insulse brodaglie decaffeinate dei bar. 
  A me piaceva immergermi nel profumo di chicchi di caffè, dolce e amaro al tempo stesso; quel profumo che, in qualche modo, mi portava in una terra lontana... esotica e sconosciuta.
 - Voglio il ketchup! - la voce di Akane mi riportò alla realtà in un battito di ciglia.
  Corrugai la fronte perché temevo di aver compreso bene ciò che volesse dire. - Non puoi mangiare ketchup a quest'ora del giorno! Finisci il latte e i biscotti... che bimba strana, - dissi senza neanche rendermene conto. Diedi un morso la mio toast, ma mia sorella non riuscì a tranquillizzarsi.
  Come sempre.
 - Non sono strana... a me piace il ketchup! Dammi il ketchup, voglio provarlo sui biscotti. Secondo me sarebbero più buoni! - continuò per qualche minuto con i capricci ed ero seriamente tentata dal farle assaggiare il suo favoloso "ketchup mix" con i biscotti. Almeno si sarebbe convinta.
- Smettetela, voi due! E tu, - rivolta ad Akane, che non riusciva a sedersi bene sulla sedia perché era ancora troppo bassa e le sedie erano di quelle moderne, basse e tozze. Le avevo messo due cuscini sotto al sedere per evitare che potesse scomparire sotto al tavolo, - finisci la colazione perché dobbiamo andare... ed è già tardi! Dovremmo essere per strada a quest'ora. -
  Osservai il delirio casereccio prendere forma nella mia cucina, come quasi ogni giorno che si fosse rispettato; mia madre col cellulare all'orecchio, mia sorella che faceva i capricci ed io che tentavo in tutti i modi di prendere conoscenza dopo il risveglio traumatico.
  Avevamo un appartamento poco giapponese, mi era capitato di guardarmi attorno e di rifletterci su proprio in quel momento; mia mamma aveva studiato per sette anni a Parigi, in Francia, come designer di interni e mi aveva spiegato che non si sentiva più come una volta. "Quando si varca la soglia, lontano da casa, per breve o tanto tempo, poi si comincia a non essere gli stessi di una volta. Non si torna più come prima. Maturare significa anche questo", le sue parole mi avevano anche commosso.
  La vedevo sempre indaffarata col suo lavoro, sempre attiva. Si occupava anche di organizzare le sale diversi ricevimenti e di allestire le mostre d'arte più importanti. Tokyo sarebbe stata la città perfetta per un inizio nuovo, per un futuro brillante.
- Non sembra casa tua, è bellissima! - aveva esclamato Tomoko la prima volta che aveva messo piede nella nuova casa. Aveva alzato il mento, continuava a girare di stanza in stanza e tutto le era sembrato molto diverso. Lei abitava a Tokyo da qualche anno, eravamo amiche sin dall'infanzia e c'eravamo tenute in contatto tramite Internet; era scesa parecchie volte a Nagoya, pertanto aveva avuto modo di conoscere la mia vecchia abitazione.
- Che ti dicevo? Mia madre ha cambiato tutto, - feci spallucce. - Non mi dispiace, ma ti confesso che non riesco ad abituarmi. -
La nostra vecchia casa di Nagoya* era più calorosa, più tradizionale. Mi ricordava papà in un certo senso, lui era molto attento alle tradizioni del nostro Paese e ne andava fiero. In vita era stato un cuoco molto rinomato e molto aperto, sapeva cucinare molti piatti di qualsiasi paese perché anche lui da giovane era stato parecchio fuori. Cucinava piatti italiani, amava gli spaghetti, e gli piaceva molto mangiare dolci... ma non era affatto grasso.
Amava mangiare i dolci preparati da mia madre.
Con l'arrivo di Akane, anche per lui molte cose erano cambiate. Ad esempio aveva deciso di aprire un ristorante tutto suo. Non aveva mai preso questa decisione prima di allora perché aveva troppa paura di fallire uno dei suoi sogni più belli e importanti. Mia madre non aveva smesso di incoraggiarlo.
Dopo la sua morte improvvisa, avevamo deciso di vendere la casa e il ristorante e con i soldi ricavati avevamo optato per un appartamento moderno a Shunjuku*, quartiere rinomato di Tokyo; mia madre aveva trovato lavoro presso quella zona e le sarebbe stato più facile e veloce spostarsi da lì. La città frenetica, dai mille colori, dalle luci rosse e gialle ci aveva temporaneamente distratto.
Ci aveva ridato speranza.
La macchinetta del caffè fece un suono; la bevanda era pronta. - Hai messo lo zucchero? - mia mamma poggiò sul tavolo un cucchiaino e un piccolo recipiente con lo zucchero al suo interno.
Scrollai le spalle, aspettando che il mio caffé si raffreddasse di poco.
 - Yuki, sorellona! Perché io devo andare e tu no? - Akane mi guardò imbronciata e mi fece capire che avrebbe preferito restare a dormire con me piuttosto che partecipare ai giochi della colonia.
- Ti divertirai, almeno tu andrai in piscina! - le scoccai un bacio sulla guancia. - Io farò un giro fuori, quindi non sarò in casa, - le dissi.
Passarono diversi minuti prima che le vidi andar via. - Non dimenticare di chiudere a chiave, - fu l'ultima raccomandazione della signora Aizawa alla quale, distrattamente, non risposi nemmeno. 
Mi preparai al ritmo di una canzone di Rihanna e successivamente ascoltai qualche traccia dei One OK Rock. Fuori si respirava bene, mi sentii leggera come non mai. 
Presi la metro; avevo scordato la tessera a casa quindi feci il biglietto. Dopo venticinque minuti circa scesi alla fermata per ritrovarmi nel quartiere di Ueno. Era qui che, per la prima volta, avevo visto la foresta di bambù.
Lo sfregare di foglia in foglia, il rumore che sfiorava le orecchie e la sensazione di essere ritornati indietro nel tempo, nella storia del Giappone. Chiusi gli occhi, respirai a fondo e immaginai di nuovo il percorso che avevo fatto. Il vento mi cullò i capelli all'indietro.
Restai sospesa. 
- Non dovresti pensare, - un signore si rivolse a me con aria amichevole, - dovresti solo camminare. Senti? Guarda com'è bello questo posto. A nessuno piacerebbe pensare in un momento simile! -
  Sorrisi. Sembrava che fosse solo e sembrava avere un barlume di pazzia negli occhi lucidi. Non ero spaventata, piuttosto ero incuriosita di come un simile personaggio sia giunto sino alla foresta di bambù. Non aveva molti denti e il suo sorriso mi intenerì. - La natura ci permette di perderci nelle nostre emozioni, - proseguì restando fermo, - non di oscurarle con i pensieri. -
  Aveva ragione. Questo vecchietto tanto simpatico quanto strano aveva ragione.
 - Lei sa tante cose, - gli dissi continuando a provare una sensazione di tenerezza nei suoi confronti. - Dice le stesse cose a tutti i passanti? -
 - No, no, no, no, - ribatté gonfiando il petto, - solo a quelli che fanno foto e parlano... hai presente quel blablabla infinito? Bla bla bla! Non se ne può più dei blablabla. -
 Risi nel vedere la sua imitazione. D'un tratto l'uomo si fece serio, nei suoi tratti tipicamente asiatici, nelle sue rughe ben evidenti, intravidi un'espressione che esprimeva solo nostalgia. - E' il cerchio della vita, penso sia a causa di questo che a volte noi uomini ci sentiamo in trappola. -
 - Il cerchio...? -
   Il suo sguardo da sognatore si fissò su un punto lontano che in breve tempo cercai di individuare anch'io. - Quello che ci sembra troppo importante per poter essere rimandato al giorno successivo, in realtà, non è l'inizio né la fine... è qualcosa che abbiamo avuto modo di conoscere in passato. -
  Restammo per diversi secondi immersi nel brusio ricreato dagli insetti e anche dai passanti pieni di curiosità. Restammo così, in silenzio. E distanti l'un l'altro.
Poi il signore si allontanò a passo svelto e quasi divertente a vedersi e fece il suo ritorno con un fiore rosa in mano. Rimasi senza parole per quel gesto pieno di tenerezza e innocenza. - Grazie! -
Mi sentivo leggera, come quei petali rosa cipria che stavo sfiorando con i polpastrelli. E quel momento mi riportò in mente l'immagine di mia nonna, ancora una volta; mia nonna che cercava di curare il giardino della nostra vecchia casa.
  Non l'avevo mai detto a nessuno, temevo che pronunciare ad alta voce qualcosa la rendesse più reale. A me mancava molto Nagoya e la nostra casa tradizionale, il profumo delle strade non del tutto piene. Mi ero stancata dei ricordi.
  "Vivere di ricordi è difficile quanto doloroso, ma spesso non si ha altra scelta."
Io sentivo di non avere scelta, sentivo di dovermi accontentare anche di questo lato del destino.
- Non dovresti essere triste, - l'uomo notò i miei occhi lucidi e ancora una volta riuscì a farmi sorridere. - Una ragazza con un fiore in mano non dovrebbe mai essere triste. -
  Chissà dov'era finita la sua famiglia. Era solo, senza nessuno al mondo, perché non aveva anche lui nessuna scelta; o forse era in cerca di solitudine.
  Decisi di andar via, persi le tracce del signore e avanzai verso il parco. Il verde sostituì il cielo nel giro di poco tempo e le fronde permisero ai pochi raggi di luce di sfiorare il viso dei passanti.
La luce del sole, il verde della natura. La stessa natura indefinita e comunque affascinante che da sempre rendeva l'uomo indifeso.
  Non era la prima volta che sentivo quella frase, "il cerchio della vita"; eravamo soliti pensare che la vita avesse un inizio e una fine e che, in fin dei conti, gli estremi della nostra esistenza non erano poi così diversi. Ma la pensavo in maniera diversa dagli altri, dalla gente comune.
Tutto ciò che conoscevamo esisteva per una ragione, tuttavia quella stessa ragione era stata elaborata dai nostri antenati... e dagli antenati dei nostri antenati. Era una ragione che per fede continuavamo a portare avanti senza pensarci.
Ogni forma era in grado di cambiare sostanza, in qualsiasi momento. In qualsiasi modo.
"E se noi potessimo cambiare la sostanza del "cerchio? E se io escludessi l'ipotesi che il cerchio possa contenere il corso inarrestabile della vita? Ognuno di noi potrebbe dare un significato diverso a ciò che si conosce in un qualsiasi momento," pensai. 
La parola cerchio avrebbe potuto indicare uno spazio consumato, un incontro inatteso o una partenza non pianificata. 
Per quanto mi riguardava, avrei potuto riconoscere molti significati diversi in quel termine e accettarli senza fare troppe storie. Ma non vi avrei mai affiancato ciò che era la vita di tutti i giorni, la stessa che annientava e rigenerava; la stessa che lasciava senza fiato.
"La vita è troppo imprevedibile per rispettare il confine di una figura così perfetta", sfiorai i petali del fiore quando una voce maschile a me non del tutto sconosciuta attirò la mia attenzione. Mi voltai. - Yuki... sei tu? -
Prima che potessi rendermene conto, il fiore mi sfuggì dalle mani. Ero quasi certa che non avrei mai più ascoltato quella voce ed ero convinta che non l'avrei incontrata nel mezzo del parco di Ueno. A distanza di sette anni.
Quando i nostri sguardi si incrociarono sentii una sensazione di disagio pervadermi il volto; era imbarazzo o ero stata solo presa alla sprovvista?
- Ciao, - non mi venne in mente nient'altro da dire.
Ryosuke accennò un sorriso, probabilmente perché nemmeno lui si aspettava di rivedermi in quel posto. Accanto a lui vi era una ragazza dai lineamenti molto femminili e quasi occidentali; portava le lenti a contatto blu e indossava un rossetto rosso. I capelli a caschetto le coprivano gli orecchini di perla; non l'avevo mai vista prima di allora e fu istintivo notare la differenza fra me e lei. Abbassai lo sguardo per osservare i miei jeans e le scarpe da ginnastica bianche e capii il motivo per cui il mio imbarazzo stava aumentando.
- Sei... sei... -
- E' strano rivederti! Cosa ci fai a Tokyo? - cercai di parlare poco. Non gli dissi assolutamente nulla su mia nonna e mio padre, gli raccontai degli affari in grande di mia madre.
  Una morsa allo stomaco mi fece desiderare con tutto il cuore che lui se ne andasse, ma non fu così semplice. Mi offrì da bere e mi presentò la sua ragazza, la stessa che gli stava accanto da tempo; si chiamava Aya ed era una studentessa universitaria in una delle Università più importanti del Giappone. - Studia infermeristica, è molto brava, - la tenerezza presente nelle parole di lui mi fecero quasi arrossire per lei. Sembrava la scena di un film.
Due vecchi amici, che non si vedevano da sette anni a causa di un litigio fra le loro famiglie, si  erano incontrati nel centro della capitale.
Un film in cui una ragazza, che era sempre stata innamorata di un certo Ryosuke e che sapeva che non si sarebbero mai più rivisti, si trovava adesso faccia a faccia con il destino.
Ed era da quell'incontro che aveva provato la strana sensazione che qualcuno, chissà dove, avesse appena iniziato a disegnare il suo percorso, il suo cerchio.




Scusate l'assenza temporanea dal blog.
Su Instagram cerco di pubblicare una foto al giorno, quindi sono sempre attiva.
Spero che abbiate passato un buon ferragosto!
Per me scrivere è un vero piacere e vi chiedo, nel caso in cui voleste condividere il testo nel vostro blog/sito, di non tralasciare i credits, l'URL del mio sito e il nome e cognome.
Non è un ordine... ma semplicemente un favore che una scribacchina qualunque sta chiedendo ai lettori.

Ci vediamo al quarto episodio!


*La storia è opera di fantasia. Le emozioni sono opera del cuore.






PS* Scusate gli errori, ho scritto tutto di fretta. Inoltre non sto molto bene, quindi ricontrollerò in seguito.

Informazioni;

Kanji* EN preso da http://studiaregiapponese.com/kanji-anno-1/ (ottimo sito per studiare Giapponese da autodidatta!)
Nagoya; città del Giappone.
Tokyo; capitale del Giappone.
Ueno; quartiere tradizionale di Tokyo, rinomato per le riserve naturali e i parchi.





Laura Buffa

mercoledì 12 agosto 2015

I RACCONTI, I FRAMMENTI DI YUKI; Le attese_di Laura Buffa

Nijitsu*

2.
Le attese

Immagine trovata sulla Pagina Facebook Ufficiale di "LEGGERE A COLORI"; CLICCA QUI PER VISITARLA
Link diretto alla foto; https://www.facebook.com/leggereacolori/photos/a.257931150995736.57040.257907847664733/767425073379672/?type=1&theater
  Il campo immerso nei fiori di ciliegio mi aveva riportato in mente i giorni trascorsi con mio padre e mia nonna, durante l'hanami* e il capodanno. Entrambi se n'erano andati da così tanto tempo che avevo perfino cominciato a non ricordare i loro tratti, non riuscivo a scorgerli bene nei miei sogni. Avevo una paura matta di non riuscire più a ricordare la loro voce, le loro abitudini e ciò che mi avevano detto in vita.
  "Attendi qualcosa, qualcosa di bello e per cui valga la pena consumare tutto il tempo del mondo", pensai alle parole che mi aveva detto la nonna poco prima di uscire per comprare le verdure, qualche giorno prima che venisse ricoverata. "Pensa a qualcosa". 
  Mi sistemai lo yukata* con fantasie floreali a sfondo blu scuro e risposi a mia madre, dopo aver per un attimo scosso la testa; ero così persa nei miei pensieri da non sentire ciò che mi aveva appena chiesto. - Cosa? - dissi cercando di non risultare troppo distratta.
 - Ti ho chiesto di passarmi il té! - ripeté e dopo nemmeno tre secondi sbuffò visibilmente seccata. - Possibile che debba ripetere le cose trecento volte prima che qualcuno mi ascolti sul serio? Inaudito! - le passai ciò che mi aveva domandato e sperai che non riprendesse il discorso in seguito. Si adirava spesso, ma non era colpa mia; mi piaceva pensare e perdermi nei rumori.
Pensavo molto e a tutto, durante il giorno. Anche di notte amavo leggere qualche romanzo e poi finivo per perdermi nei miei pensieri. Alzai lo sguardo al cielo, era limpido come l'acqua del mare; lo stesso mare che avevo visto poche settimane fa. 
  Pian piano stavamo riprendendo le vecchie abitudini di famiglia da quando mia nonna ci aveva lasciato; lei era parte portante della famiglia, aveva sostituito la mamma quando eravamo sole in casa e in certi momenti anche il papà, quando la mamma non riusciva a pagare in tempo le bollette. Vivevamo sotto lo stesso tetto, la nonna aveva chiuso la sua bella casetta di campagna e aveva deciso di affittare l'appartamento vicino al nostro. Molti dicevano che fosse pazza, ma la gente parlava soltanto perché non aveva niente di meglio da fare.
Mi aveva insegnato molte cose fra cui il saper rispettare le decisioni del destino e del tempo.
Non credevo nel destino. Non credevo in niente e, certe volte, mi sembrava strano non provare curiosità nei confronti di niente e nessuno. La gente mi aveva deluso così tante volte e in così tante occasioni che forse avevo rinunciato a capirle e mi piaceva lasciar scorrere.
Odiavo aspettare perché sapevo che ciò che stavo attendendo con grande impazienza non sarebbe mai arrivato. Inutile prenderci in giro, le attese erano una fitta al cuore. E più crescevo e più mi rendevo conto che bisognava mettersi il cuore in pace e cercare di andare avanti con le proprie forze. 
- Vuoi un po' di riso? - mia madre mi passò un piatto pieno di leccornie e per un momento decisi di dedicarmi alla giornata. Si intravedeva un panorama mozzafiato.
Non avevo paura di mostrare i miei sentimenti, né a voce né in nessun'altra maniera; mi venne in mente quella volta in cui Takashi, un mio ex-compagno di scuola media, aveva confessato ai suoi amici che si sarebbe vergognato troppo se avesse chiesto di uscire alla ragazza che gli piaceva all'epoca. Era quasi certo che lo avrebbe rifiutato.
Se non metti in gioco i tuoi sentimenti, se non rischi, non puoi davvero saperlo.
Io mi trovavo lì, vicino al corridoio, perché stavo aspettando il mio turno per andare in bagno e avevo ascoltato per sbaglio la conversazione così ero andata da lui, dopo la scuola, e gli avevo detto senza troppi giri di parole di rischiare. Ricevere un rifiuto è sempre meglio che essere tormentati da un dubbio in eterno, gli avevo risposto.
Lui aveva seguito il mio consiglio e dopo alcuni mesi li avevo visti andare a scuola insieme, mano nella mano, cosa che provocò l'intera classe a fare qualche battutina e qualche scherzo innocente; il loro amore non era durato molto, in fin dei conti, ma almeno aveva avuto il tempo di sbocciare. Secondo alcune voci di corridoio, non erano arrivati nemmeno al liceo ma ciò era servito ad entrambi perché da lì in poi non avrebbero avuto più timore di mostrarsi. Avevano vissuto il loro amore innocente e senza malizia, pieno di scoperte e piccoli gesti. E lo avevano reso unico, speciale. 
"Credo che ti riferissi a questo, nonna", pensai, mettendo una ciocca di capelli dietro l'orecchio sinistro. Era questo il tipo di "attesa" che avrebbe dovuto colmare l'anima di un uomo per tutta la sua esistenza terrena? L'attesa del sì, l'attesa di avere una famiglia, l'attesa di trovare la persona che ci avrebbe amato. L'attesa di versare una lacrima per qualcuno e capire finalmente quanto i sentimenti siano veri, tangibili.
 - Mia piccola Yuki, la vita è lunga quanto un solo giorno. -
 - Cosa? Ma... nonna, un anno è composto da un sacco di giorni... questa frase non ha senso! - le avevo risposto.
  Lei aveva sorriso, me lo ricordavo ancora. E non stava guardando me; osservava con attenzione i vetri della finestra e i suoi occhi neri quasi sbiaditi dalla malattia, protetti dalle rughe, si riflettevano in una luce di commozione. 
 - Un giorno esatto, dall'alba alla sera. Attendiamo con entusiasmo che la giornata finisca per la troppa fatica e per gli impegni e, quando siamo sul punto di andarcene, non vogliamo andare. -
  Il vento mi sfiorò la guancia e sentii la sua carezza sulla pelle; mi sembrò quasi che lei fosse lì ad ascoltare le mie parole.
Sembrava strano, ma a volte la vedevo appoggiata sul mio letto intenta a cucire un nuovo maglione per la prossima stagione. Le parlavo, con estrema tranquillità, e credevo che fosse un fantasma perché aveva delle questioni in sospeso. Non avevo ancora visto papà, solo lei. 
Anche mia sorella Akane si svegliava di soprassalto e mi confessava di aver visto la nonna.
Pensai che sarebbe stato meglio attendere una risposta qualsiasi.
Non sapevo bene quale risposta avrei voluto ascoltare, se la solita frase sull'amore eterno o sul destino che avrebbe portato serenità... ma ero certa che avrei cercato per tanto, tanto tempo. Avrei aspettato il tramonto di ogni singolo giorno e avrei sperato con tutta me stessa che quel tramonto non schiarisse mai la mia memoria.
Da quando la mia vita era cambiata, il mondo aveva cominciato ad emanare una luce diversa e più intensa. Una luce che di per sé non riuscivo a spiegare agli altri.
Mia madre aveva tentato in tutti i modi di alleviare le nostre sofferenze e i nostri incubi, aveva cambiato lavoro e si era trasferita a Tokyo, città frenetica e piena di scelte e di silenzi. Tokyo non era come Nagoya, anche se a volte, mentre camminavo per le strade, mi capitava di sentire lo stesso profumo di carne e curry che era tipico della bottega del signor Akira. Mi mancava il suo negozio, l'ambiente verdeggiante del nostro vecchio quartiere. Ma i sogni non avevano smesso di tormentare né me né mia sorella.
- Yuki! - Akane mi fece sussultare d'improvviso. Lei rise di gusto appena vide la mia reazione ma io feci un'espressione contrariata. Alla fine risi anch'io. - La mamma ha detto che dobbiamo andare! - 
- Restiamo fino al tramonto, - ribattei in direzione di mia madre, che stava già iniziando a preparare tutto per andar via. Dopo qualche minuto, riuscii a convincerla. 
Mancavano poche ore al tramonto, così decidemmo di restare per un altro po'. Il cielo si macchiò di rosso come una ferita che pian piano si perdeva nel sangue... una ferita avvolta in un pezzo di stoffa grigia. E così quel rosso mi entrò nel cuore e allo stesso modo potè entrare nelle narici, col suo profumo unico; ed entrò perfino nei rami dei ciliegi incantati.
Il tramonto ha un profumo particolare; forse simile a quello della salsedine, un profumo tutto suo.
  Respirai a pieni polmoni, ignorando la massa di gente che commentava estasiata il colore del cielo calmo e che scattava foto con smartphone e altri aggeggi vari.
 Restammo ad ammirare quella stessa mezzora che separa il sole dalla luna, il suo scorrere lento e il suo immergersi nella terra verdeggiante per lasciare un sapore dolceamaro nella bocca di chi osservava.
Tornammo a casa due ore più tardi e la signora Shinomura ci ringraziò per aver portato Kaori con noi, quel giorno. L'hanami era una di quelle esperienze che i giapponesi amavano rivivere in ogni occasione, ogni volta che i fiori glielo permettevano; perfino i turisti ne erano rimasti incantati.
- Si figuri, è stata bravissima! - mia madre si fermò a parlare con la vicina di casa e io guardai per un attimo la fetta di cielo nero che già si intravedeva dalla porta socchiusa. Mi parve di vedere la figura di qualcuno che ci stesse seguendo.
Akane mi guardò negli occhi per darmi conferma. 
Arrivammo a casa, eravamo così piene da non voler cenare ma, dal momento che stavamo affrontando un periodo di stress, mia madre voleva che non saltassimo alcun pasto. Dalla colazione alla cena, non tollerava che si saltasse nemmeno una ciotola di riso. - Io non ho fame, - si lamentò Akane, mentre aiutavo mamma a toglierle l'abito da cerimonia e i fermagli fatti a mano dai capelli. 
- Ti verrà fame non appena saremo a tavola, - rispose prontamente la donna dai lunghi capelli neri e qualche ruga in viso. Mia madre era una bella donna, nonostante l'età; non dimostrava nulla di ciò che le appartenesse, a cominciare dall'età, e le rughe le spuntarono solo dopo la morte di mio papà.
Non aveva un volto vecchio, anziano. Non aveva pelle morta, viscida; a volte mi fermavo a pensare che ciò che la rendeva così spenta fosse il fatto che era stata uccisa, che il suo cuore era stato fatto a pezzi. Era invecchiata di colpo, si era persa.
Posai gli abiti nell'armadio e odiai a morte lo yukata*, poiché era stretto così bene che mi risultava difficile perfino respirare. I miei capelli erano inguardabili, così feci una doccia prima di sedermi a tavola e per fortuna riuscii ad asciugarli in tempo. - Sai che odio i capelli bagnati. Ti ammalerai, o li sai asciugare o li sai asciugare. Punto. -
Ignorai, come al solito, le parole di mia madre e iniziai a pensare a cosa mi sarebbe piaciuto fare domani; Tomoko sarebbe tornata in città fra due giorni, avrei potuto fare un giro ad Harajuku* o a Ueno*; certo, da sola non sarebbe stato il massimo... ma almeno avrei fatto qualcosa.
La mia amica, nonché compagna di banco da una vita, era fuori città nella sua bella villa che si affacciava sul mare. Mi aveva invitato parecchie volte, e parecchie volte avevo declinato l'invito. "Non mi va di lasciare sola mia madre", e non sapevo nemmeno perché non mi andasse di lasciarla sola. Era come se temessi che lei se ne sarebbe andata.
La guardai mentre mangiava il pesce e ne puliva una parte da dare a me e a mia sorella. Rideva, mentre ascoltava il programma alla televisione in cui un signore avrebbe dovuto dare la risposta esatta a una domanda ed evitare degli ostacoli contemporaneamente. Non sapevo perché... ma temevo davvero che qualcosa accadesse.
La sera cercai di mettere Akane a dormire; condividevamo la stessa stanza, il nostro appartamento non era immenso ma nemmeno troppo piccolo. Mia mamma mi aveva promesso che nel giro di un anno avrebbe sistemato un'altra stanza tutta per me. Io non volevo, mi piaceva stare con mia sorella.
 Akane si alzò a sedere e mi indicò il letto con meraviglia e gioia. - Nonna! - disse, mentre si metteva in piedi per andarle vicino. Una signora anziana con i capelli raccolti in una treccia quasi del tutto bianca mi sorrise; portava una veste blu scuro addosso e uno scialle bianco. Le rughe attorno agli occhi le davano un'aria molto stanca anche adesso.
Akane cercò di abbracciarla. - Sai che non puoi, - rispose la signora anziana, ridendo. Nemmeno il suo sorriso era cambiato.
- Sì, ma vorrei tanto abbracciarti, - la piccola si sedette accanto a lei.
Passarono delle ore prima che Akane si addormentasse proprio sotto la luce della luna. Restai ancora sveglia prima che mia nonna mi domandò qualcosa. - Hai trovato? -
Io alzai un sopracciglio.
Sorrisi, amara.
- Qualcosa per cui valga la pena attendere? -
Lei non rispose, ma io avevo già capito cosa intendesse dire dal suo sorriso ingenuo. - Ancora no, - le dissi, mentre mi sedevo sul letto. - E' difficile scegliere quale sia l'attesa vera. Io aspetto qualcosa ogni giorno. -
- Forse non hai ancora capito cosa stai aspettando. -
La notte sarebbe giunta al termine, fra poche ore sarebbe sorto il sole e io non avevo ancora voglia di andare a dormire. Avevo paura di scordare di nuovo le parole di mia nonna. Avevo paura che tutto sarebbe cambiato, nel momento in cui le avessi detto che c'era qualcosa per cui valeva la pena attendere. 
Mi sfiorai le labbra, la donna anziana era scomparsa.
Ero sola, le spalle rivolte al muro e gli occhi alla finestra.
Forse stavo aspettando anche che, in un modo o nell'altro, la paura scomparisse del tutto.



Episodio 2.
I frammenti di Yuki, di Laura Buffa.
Contatti; Instagram laura_bf_world o tramite un commento al post


La storia è pura fantasia.


Informazioni
Hanami; letteralmente "osservare i fiori".
Yukata: Una specie di kimono in cotone, estivo, più leggero.
Nagoya; città del Giappone.
Tokyo; Capitale del Giappone.
Harajuku; un quartiere rinomato di Tokyo, conosciuto per la moda eccentrica e per i suoi colori.
Ueno*: quartiere tradizionale di Tokyo vicino a Nippori, vi sono molte riserve naturali.


Grazie per aver letto e al prossimo episodio!




Laura Buffa

martedì 11 agosto 2015

I RACCONTI, I FRAMMENTI DI YUKI; Il dolore risiede nei ciliegi

はなみ
Hanami*

1. 
Il dolore risiede nei ciliegi

Immagine trovata sul sito web;http://wallpaper.free-photograph.net/it/photobase/yp2390.html

Avevo dimenticato le passeggiate lungo il viale inondato di petali, avevo dimenticato perfino il rumore dei geta* sulla pietra. Un rumore forte che tuonava nelle orecchie e occultava qualsiasi altra cosa, un rumore che mi aveva lasciato del tutto sorpresa di come molte cose non siano affatto cambiate dopo tutti questi anni; passavano in fretta, quegli anni, e con molta lentezza.
Mia nonna mi diceva sempre; "non bisogna affrettare il tempo perché potrebbe rivelarsi parecchio dispettoso nei nostri confronti. Si potrebbe arrivare con le spalle al muro, con la propria giovinezza in mille pezzi sul pavimento e il volto di un adulto nel proprio riflesso." Il viso di chi non ha visto abbastanza nella vita ma che continua a credere di aver visto tutto.
 - Dovremmo andare più in fondo, forse riusciamo a trovare un posto per noi, - mia madre mi sfiorò la spalla destra e mi sorrise, indicandomi la fine del viale. Ci avvicinammo al prato, feci attenzione a non sporcare lo yukata* né a muovermi troppo per paura che l'acconciatura potesse sciogliersi. Mia madre aveva impiegato parecchio tempo per riprodurla e non volevo che si rattristasse per questa piccola sciocchezza; tutto doveva essere perfetto, per quel giorno. 
  Cercai di sforzarmi per far sì che fosse davvero perfetto.
  Akane e Kaori si sedettero senza far caso ai loro capelli. - Comportatevi da signorine, per l'amor del cielo! - vidi mia madre intenta a raddrizzare due bambine di circa dieci anni e la cosa mi rese un po' nostalgica dei vecchi tempi. 
I tempi trascorsi, gli amori trascorsi. 
La prima volta che avevo visto i ciliegi ero davvero troppo piccola per ricordarne i dettagli; riuscivo a riportare alla memoria i petali, il riflesso dell'acqua di notte e i ciliegi nella loro maestosità. - Perché gli alberi sono tristi, papà? - era l'unica domanda che ricordavo di aver fatto a mio padre.
 - Perché mai dovrebbero essere tristi? -
 - Perché non emanano luce. -
  L'avevo sempre pensato, in cuor mio. Pensavo davvero che gli alberi soffrissero più di noi, che rimanessero intere generazioni ad osservare i colori dello yukata dei passanti sbiadirsi, i bambini crescere fino a cambiare completamente, le persone morire e unirsi alla loro terra.
  Toccai la terra vicino la tovaglia da pic-nic e ripensai all'ultima volta che ero stata fuori con la mia famiglia. "Sarebbe bello se gli alberi potessero comunicare le loro vere emozioni", pensai. 
La gente pensa davvero che sia uno spettacolo eccezionale, anche se ciò significhi desiderare la caduta dei petali, la fine di quei fiori straordinariamente belli e radiosi. Rinascono velocemente, diceva mia nonna, così velocemente da non darti il tempo di pensare!
Restammo tutta la giornata in quel posto paradisiaco, mentre molta gente proseguiva in altra direzione e altri decidevano di tornare la sera, per assistere allo spettacolo dei fuochi. E per le lucciole. 
Akane, mia sorella, aveva giocato tutto il tempo con la figlia della vicina di casa, che avevamo deciso di portare con noi pochi giorni prima; la madre era impegnata col negozio e non poteva portare la bambina a vedere i fiori di ciliegio. - Se potessi, verrei anch'io, - aveva detto qualche giorno fa, - non mi stanco mai di vedere i fiori. -
Esercitavano uno strano potere sulle persone, quei colori. Colori che ti rimanevano nelle foto, negli occhi e nel cuore. Necessitavano di sapere, di vita e di sopravvivere.
Sopravvivevano nei ricordi, come le persone; i ricordi inestimabili di chi se n'era andato e non sarebbe tornato.
Il tempo non guarisce e non guariscono nemmeno le ferite che gli altri non vedono. Alcuni credevano che ostentare falsità e interesse nei confronti di chi aveva sofferto davvero fosse un "incentivo" per rendere quelle stesse persone felici. Alcuni erano talmente ipocriti da mentire perfino a se stessi. 
Il tempo guarisce la mente, l'anima e il cuore; ma non il desiderio di rivedere il volto di un proprio caro che non sarebbe mai più tornato in un passante qualsiasi; non sparisce la nostalgia delle cose che gli appartenevano, dei suoi gesti, dei momenti trascorsi. Il tempo innalza un monumento di ricordi e speranze nei nostri occhi e, più in fretta decide di trascorrere fra le strade e le rocce, più ci accorgiamo di quanta forza sia necessaria per spogliarsi completamente dei propri sentimenti, per ritrovarsi.
Yuki era da sempre il mio nome, lo stesso che mio padre aveva scelto per me diciassette anni fa. Non lo pronunciavo mai ad alta voce, mi sembrava un nome comune quanto scontato per i giapponesi quindi non mi reputavo affatto speciale né originale; eppure mi piaceva molto il significato che  si trovava racchiuso all'interno di ogni singolo kanji*.
Ogni nome sembrava nascondere un particolare significato, in Giappone; ad esempio, Akane letteralmente significava cielo rosso, in riferimento all'alba o al tramonto... e piaceva molto anche a me quando i miei lo avevano scelto per la nuova arrivata. In tal proposito, io e mia sorella eravamo l'opposto di tutto; il blu e il rosso, il cielo e il mare, così apparentemente simili da sembrare vicini e così estremamente diversi da non riuscire mai a sfiorarci. Non avevo ancora dimenticato la prima volta che l'avevo vista in ospedale. Era davvero una bella bambina ed era molto spaventata nel vedere quei volti nuovi che la fissavano con grande curiosità. 
Mia madre diceva a tutti coloro che glielo chiedessero che il suo nome sarebbe stato un portafortuna.
Akane aveva avuto molti problemi da piccola; problemi alle vie respiratorie che i medici avevano accuratamente tenuto sotto controllo. Adesso soffriva solo di insonnia, ma respirava bene.
 L'ombra dei ciliegi permise al sole di nascondersi e di comporre un dipinto immaginario che soltanto io ero in grado di osservare con aria meravigliata. 
Le cose tristi e le tragedie rendono le persone eccezionali. Sarebbe strano se non fosse così in realtà; rendono diversi e, spesso, l'essere diverso non significa aver perso qualcosa. Anche la perdita, la morte di qualcuno può permetterci di ottenere qualcosa. Significa guardare per se stessi, andare oltre, pensare che la vita è troppo breve per permetterci di ignorare le opportunità. 
  Si diventa egoisti, purtroppo. Il mondo non ti permette di essere generoso e nel tuo piccolo sai che nessuno ti capirebbe.
  Il tempo non guarisce la ferita.
 E il dolore non deve essere forzato; vestirsi di nero non include che tu stia soffrendo davvero. Nè che le lacrime siano vere. Il battito cardiaco, i ricordi e la nostalgia permettono di riconoscere il dolore sotto forma di un'emozione incontrollabile perché, in fondo, le persone rimangono fedeli ai propri istinti... e il dolore è uno di questi. 
  Ricordavo la prima volta che avevo pianto per qualcuno, la delusione nello scoprire che le persone avevano portato addosso delle maschere sin dall'inizio. E che avevano mentito spudoratamente.  
Nessuno capiva ciò che provavo e io non volevo che nessuno mi capisse; sapevo che sarebbe stato inutile. Sapevo che avrebbero compreso in parte solo quando a loro sarebbe toccata la medesima sorte. E sarebbe stato in ogni modo troppo tardi per capire davvero.
Riflettevo spesso su ciò e non trovavo mai una soluzione.
La soluzione non esisteva; così avevo capito che avrei dovuto comprendere me stessa e sorridere per me soltanto. Avrei vissuto con una ferita aperta, ma avrei continuato a camminare a testa alta in mezzo ai fiori.
Come i rami che componevano il cielo di questa splendida giornata, avevo ricominciato a sentirmi triste. Quei ricordi lontani riaffioravano assieme ai petali e mi riempivano il cuore di spine. 
Le sentivo nella carne; sottili e invisibili.
Nei rami scuri risiedeva tutta la mia nostalgia, la stessa che aveva scosso più volte la mia mente; la scuoteva con forza senza preoccuparsi dei pensieri che avrebbe potuto riportare a galla. Nei ciliegi intravedevo i ricordi e capii soltanto in quell'istante che nei rami, nei fiori appena aperti, avrei potuto ritrovare le mie lacrime.



Informazioni

Geta* sandali tradizionali giapponesi che di solito si indossano con lo yukata, una specie di kimono estivo di cotone.
Kanji* sono i caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese. [Da Wikipedia.it]
Yuki* significa neve, rinascita.
Akane* cielo rosso.

Il racconto/episodio è frutto della mia immaginazione. Ho preso spunto da quel che ho visto, immaginato e desiderato di scrivere negli ultimi anni.
Grazie per averlo letto.


I Frammenti di Yuki- di Laura Buffa
EPISODIO 1.

Al prossimo capitolo-riflessione-episodio!


Laura